Politics

Siamo sull’orlo di una Guerra Mondiale, economica



Il totalitarismo cinese mostra il suo vero volto. In uno state of affairs tristemente reale che pare distopico le più grandi città del Sud della Cina sono sottoposte advert uno strettissimo lockdown. Il regime persegue la politica dello zero Covid, con milioni di persone messe di fatto agli arresti domiciliari, difficoltà logistiche di approvvigionamento, famiglie alla fame che urlano dalle finestre dei grattacieli mentre elicotteri e droni della polizia intimano silenzio e e ordine. Due sono le spiegazioni di tanta esibita forza bruta statale: un mancato funzionamento del vaccino cinese oppure la volontà del regime di dare una “prova di comando” del partito sulle ricche, capitaliste e tecnologiche città meridionali come Shangai e Shenzhen domando, nel frattempo, la dinamica inflazionistica. Nel frattempo, l’esercito cinese si è premurato di mandare un segnale agli Stati Uniti inaugurando massicce esercitazioni militari ai bordi di Taiwan. Una guerra economica e militare potrebbe travolgere il mondo prima di quanto si creda.

Taiwan produce il 90% dei semiconduttori a livello mondiale, è un Paese che ha una importanza, delle conseguenze e un impatto mondiale e, quindi, è chiaro che la sua sicurezza ha un impatto globale. Questo in un quadro in cui i rapporti tra il presidente democratico Biden e Xi sono tesi e complicati dalla guerra russa in Ucraina. Ma i mercati anticipano spesso gli eserciti ed è lì che bisogna andare a vedere per scorgere brandelli di futuro. Non si tratta di mano invisibile e spontanea, ma di mercati guidati per volontà o necessità dagli Stati.

La Cina non vuole più da qualche anno essere la fabbrica del mondo, ricerca uno sviluppo economico nel digitale, nella tecnologia e nei servizi. Di conseguenza consuma di più le proprie materie prime e ne esporta meno. La politica protezionistica americana ha inoltre spinto la Cina verso una forma economica semi-autarchica: al freno imposto dagli americani all’export corrisponde un maggior protezionismo cinese sulle materie prime. La globalizzazione entra così in affanno e ritorna advert emergere con prepotenza l’inflazione da commodities. Il confronto tra le due potenze mondiali sta innescando una crisi economica che rischia di indebolire tutti gli altri.

La Russia di fronte alle pesanti sanzioni imposte dall’Occidente a seguito dell’attacco all’Ucraina è stata costretta advert ancorare sempre di più il rublo all’oro e al petrolio, inaugurando una precaria stabilità che potrebbe avere come moneta di riferimento proprio lo renminbi cinese. Non solo, ma la stessa Mosca potrebbe per ritorsione verso l’Europa chiudere i rubinetti del gasoline se il livello dello scontro dovesse crescere ancora. Di fatto l’economia russa si aprirebbe sempre più advert un unico grande investitore: la Cina. Eccoci, dunque, al processo di sdoppiamento: l’space euro-atlantica con una Europa sempre più debole e dipendente dagli Stati Uniti e un’space sinorussa, a cui potrebbero aggiungersi altri companion asiatici, fondata sulla potenza delle materie prime. Due sistemi economici, due mezze globalizzazioni, due aree monetarie. Ciò implica una inflazione da materie prime strutturale e di lungo periodo in Occidente, strozzature e accorciamenti delle catene del valore, scarsità dei componenti elettronici. Scenario che potrebbe peggiorare se la Cina decidesse di muoversi a breve termine su Taiwan.

A quel punto una crisi economica profonda in Occidente, ed in Europa in particolare, diventerebbe inevitabile. Si entrerebbe in una fase nuova, caratterizzata da militarizzazione, maggiore tensione geopolitica e crisi economica. L’Unione Europea non avrebbe altra scelta che fronteggiare con debito comune, pena la possibile disgregazione della moneta unica. Per ora la classe politica europea appare inerme, lenta, a rimorchio di Washington. Ma lo state of affairs è cambiato in poco tempo con grande accelerazione ed un’azione immediata e coordinata è richiesta subito. Inflazione e rallentamento economico, aumento dei flussi migratori e tensioni geopolitiche rischiano di riportare nell’abisso le società europee.





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