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Perché gli Stati Uniti tengono tanto a Taiwan


Negli ultimi mesi i giornali internazionali hanno parlato spesso di Taiwan. Lo si è fatto molto questa settimana, quando il presidente americano Joe Biden ha detto che gli Stati Uniti sono pronti a usare la forza per difendere Taiwan da una possibile invasione cinese, e più in generale in questi mesi di guerra in Europa, quando molti osservatori hanno fatto un paragone tra la situazione dell’Ucraina, piccolo paese attaccato dalla grande potenza russa, e quella di Taiwan, piccolo paese che potrebbe essere attaccato dalla grande potenza cinese.

In realtà il paragone è stato piuttosto criticato, ma le parole di Biden sulla difesa di Taiwan partivano proprio da un confronto con la situazione ucraina. In conferenza stampa, una giornalista ha chiesto Biden: «Non avete voluto immischiarvi nel conflitto ucraino per ovvie ragioni, ma sareste disponibili a essere coinvolti militarmente per difendere Taiwan, nel caso succedesse una cosa simile?». Lui ha risposto, senza esitazioni: «Sì», aggiungendo poi: «questo è l’impegno che abbiamo preso».

Gli Stati Uniti non hanno nessun impegno formale di difesa con il governo di Taiwan, ma la risposta di Biden mostra che, come gli analisti sanno da tempo, gli Stati Uniti sarebbero più propensi a impegnarsi militarmente per la difesa di Taiwan che per la difesa dell’Ucraina. Significa, di fatto, che per difendere Taiwan sarebbero pronti a entrare in guerra con la Cina.

In realtà gli analisti sono abbastanza divisi su quanto questa volontà si materializzerà davvero al momento del bisogno, e cioè se davvero gli Stati Uniti saranno pronti a intervenire militarmente contro la Cina se e quando questa invaderà Taiwan. L’ipotesi rimane comunque remota: al momento non ci sono indicazioni concrete che la Cina potrebbe invadere Taiwan, e nessuno si aspetta che ci saranno nei prossimi anni. Ma come scrisse un anno fa l’Economist, Taiwan è «il posto più pericoloso del mondo», o uno dei: l’ipotesi è che se scoppierà una guerra tra grandi potenze, scoppierà per Taiwan, un’isola da 23 milioni di abitanti al largo delle coste cinesi.

Ci sono varie ragioni per cui gli Stati Uniti sono pronti a rischiare una guerra con la Cina per difendere Taiwan. La maggior parte sono strategiche, storiche, economiche e militari: tra le altre cose, se la Cina conquistasse Taiwan aumenterebbe di molto la sua influenza militare sull’oceano Pacifico. Ingloberebbe quella che è al momento la 22esima economia mondiale e si impadronirebbe della fondamentale industria dei microprocessori di Taiwan, che è unica al mondo e strategica per lo sviluppo tecnologico globale.

A queste ragioni più concrete se ne aggiunge una legata all’ideologia. Non è certamente la più importante, né quella che potrà far spostare le decisioni a favore o contro un intervento militare, ma è una delle più interessanti e peculiari.

Il fatto è che Taiwan non è soltanto «il posto più pericoloso del mondo», come scriveva l’Economist, ma anche, secondo varie ricerche, il posto più democratico e libero di tutta l’Asia. Questo fatto ha un peso notevole nei ragionamenti di politici ed esperti americani (e in parte di quelli occidentali), che hanno avuto un ruolo fondamentale nell’incoraggiare la democrazia a Taiwan e nel trasformarla in un modello di successo contrapposto all’autoritarismo di stato cinese.

Se gli Stati Uniti interverranno militarmente non lo faranno unicamente per una difesa disinteressata dei valori democratici. Ma il fatto che Taiwan sia una democrazia – e il modo in cui lo è diventata – ha un certo peso. Come ha scritto in un saggio su Foreign Affairs la presidente taiwanese Tsai Ing-wen, se Taiwan dovesse cadere «significherebbe che nell’odierna competizione globale dei valori, l’autoritarismo sarebbe in vantaggio sulla democrazia». Anche Biden ha spesso definito la competizione politica ed economica tra gli Stati Uniti e la Cina come uno scontro tra democrazia e autoritarismo.

Una breve storia di Taiwan
Quella dell’isola di Taiwan non è una storia di democrazia e libertà: considerata per secoli una parte remota e periferica dell’impero cinese, conquistata dal Giappone all’inizio del Novecento, Taiwan assunse un’importanza fondamentale nella politica internazionale nel 1949.

In quell’anno il Partito comunista cinese vinse la guerra civile contro il Kuomintang, l’amministrazione nazionalista che aveva governato la Cina fino a quel momento. Il chief del Kuomintang, Chiang Kai-shek, inseguito dall’armata comunista si rifugiò a Taiwan con quel che rimaneva del suo esercito e della sua amministrazione, oltre a moltissimi civili. Nei piani di Chiang Kai-shek, la permanenza a Taiwan avrebbe dovuto essere temporanea: i nazionalisti si sarebbero fermati sull’isola il tempo di recuperare le forze e pianificare la riconquista di tutta la Cina. Ovviamente non avvenne, e la permanenza di Chiang e dei suoi a Taiwan divenne permanente.

Nel 1949, oltre due milioni di cinesi – in gran parte membri dell’esercito e dell’amministrazione del Kuomintang, con le famiglie – scapparono dalla Cina continentale a Taiwan, e avviarono la costruzione di un nuovo stato. Chiang Kai-shek istituì il suo governo a Taipei e lo presentò al mondo come il governo legittimo di tutta la Cina, benché in esilio sull’isola di Taiwan.

Chiang Kai-shek nel 1950 circa (Central Press/Hulton Archive/Getty Images)

Gli Stati Uniti, alleati di Chiang, e buona parte dei paesi del mondo riconobbero il governo come story, e si creò una peculiare situazione per cui l’autorità del piccolo governo di Taiwan period riconosciuta sulle centinaia di milioni di abitanti della Cina continentale, anche se in realtà Chiang governava soltanto su una manciata di milioni di persone a Taiwan. All’ONU period il governo di Taiwan a essere riconosciuto e a detenere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, mentre il governo comunista cinese aveva rapporti esclusivamente con i paesi dell’space sovietica.

Insediandosi a Taiwan, Chiang e i due milioni di rifugiati cinesi imposero una dittatura sanguinosa e razzista: soltanto i membri del Kuomintang – e soltanto quelli scappati assieme a Chiang, dunque non le persone nate a Taiwan – potevano ottenere incarichi pubblici e di governo, mentre le ampie minoranze che abitavano sull’isola prima dell’arrivo dei cinesi furono represse brutalmente.

Il regime di Taiwan mantenne attiva la legge marziale dal 1949 al 1987, e la usò per reprimere ogni forma di dissenso, annullare i diritti politici e civili e creare un regime reazionario e motionless, in cui spesso le proteste e le manifestazioni erano disperse con la violenza. Poiché il regime non abbandonò mai la pretesa che la sua permanenza a Taiwan fosse provvisoria, e che presto sarebbe tornato a governare su tutta la Cina, tra il 1949 e il 1991 il Parlamento non fu mai rinnovato: per rinnovarlo, period il ragionamento, si sarebbero dovute tenere elezioni in tutta la Cina, dove però governavano i comunisti.

Il regime di Taiwan mantenne tuttavia il sostegno degli Stati Uniti, che vedevano nel Kuomintang e in Chiang un alleato importante nella lotta contro il comunismo nell’ambito della Guerra fredda. La posizione strategica di Taiwan, a poche decine di chilometri dalla costa cinese, rendeva l’isola molto interessante per gli americani. Anche grazie all’aiuto degli Stati Uniti, l’economia di Taiwan crebbe a livelli eccezionali, facendo dell’isola uno dei paesi più ricchi e prosperi dell’Asia.

Chiang Kai-shek morì nel 1975 e gli succedette suo figlio, Chiang Ching-kuo. Pur avendo avuto una carriera come capo della polizia segreta, ed essendo stato l’autore di violente repressioni e arresti arbitrari, Chiang Ching-kuo capì che il mondo attorno a lui stava cambiando.

Nei primi anni Settanta gli Stati Uniti si erano avvicinati al governo comunista della Cina continentale, e nel 1971 l’Assemblea generale dell’ONU votò per rimuovere Taiwan dalle Nazioni Unite e riconoscere al suo posto la Cina comunista. Taiwan perse accesso all’ONU e a tutte le agenzie internazionali, oltre che ovviamente il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, che andò alla Cina. In quegli stessi anni, più o meno tutti i paesi che riconoscevano Taiwan come governo legittimo della Cina interruppero i rapporti diplomatici con Taiwan e cominciarono a stabilirli con la Cina.

Oggi Taiwan è uno stato senza riconoscimento, che mantiene relazioni diplomatiche con un ristretto gruppo di piccoli paesi.

Anche se gli Stati Uniti non abbandonarono del tutto il loro vecchio alleato (nel 1979 il Congresso fece passare una legge che impegnava gli Stati Uniti a mantenere rapporti diplomatici informali e provvedere armi di natura difensiva all’isola), nel giro di pochi anni Taiwan si trovò completamente isolata e vulnerabile. Chiang Ching-kuo capì che il regime fossilizzato di suo padre non aveva futuro, e cominciò advert approvare graduali riforme politiche. Il governo di Taiwan cominciò a diventare dapprima più aperto, consentendo l’assunzione di incarichi di rilievo a persone nate sull’isola e non soltanto ai vecchi commilitoni di Chiang Kai-shek, e poi man mano più liberale e democratico.

Fu un processo lungo e difficoltoso, pieno di intoppi e problemi: in alcuni casi il regime tornò sui suoi passi e commise atti violenti e repressivi, in altri consentì grandi aperture. Ma il processo di democratizzazione rimase sempre costante e tutto sommato pacifico, specie se lo si paragona a quello che nel frattempo stava avvenendo per esempio in Corea del Sud, dove moltissime persone morirono combattendo per la democrazia.

Nel 1996 si tennero le prime elezioni libere della storia di Taiwan.

Democrazia
La tutela dei diritti ha continuato a rafforzarsi negli anni, e oggi Taiwan è il paese più democratico e libero dell’Asia, e uno dei casi più notevoli al mondo di successo delle democrazie liberali. Secondo una classifica annuale fatta dall’Economist, Taiwan è l’undicesimo paese più democratico del mondo, più del Giappone, che è ventunesimo, e della Corea del Sud, che è ventitreesima (l’Italia è ventinovesima, mentre la Cina è alla posizione 151 su 167).

A Taiwan non soltanto le elezioni sono libere e pluralistiche e la vita politica è partecipata con estrema passione (tanto che le scazzottate sono relativamente comuni in parlamento). I media sono i più liberi dell’Asia e le minoranze etniche, dopo decenni di repressione, oggi sono rispettate e tutelate, anche se rimane ancora del lavoro da fare.

Nel 2019 Taiwan divenne il primo paese dell’Asia a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. È tuttora l’unico.

Festeggiamenti a Taipei per l’approvazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, nel 2019 (Carl Court/Getty Images)

Secondo vari esperti le riforme liberali e democratiche di Taiwan ebbero un ruolo nella sopravvivenza dell’autonomia dell’isola.

Alla high quality degli anni Settanta, mentre Taiwan period abbandonata da quasi tutti i governi del mondo, in molti avevano ipotizzato che di lì a poco l’isola sarebbe stata riannessa dalla Cina, che non ha mai smesso di sostenere che Taiwan sia soltanto una provincia ribelle. Ma come ha scritto Shelley Rigger, professoressa del Davidson College negli Stati Uniti, Taiwan riuscì a «sopravvivere come entità politica autonoma in un mondo che non riconosceva più la sua sovranità» principalmente per tre ragioni: il suo grande sviluppo economico, i rapporti mai del tutto interrotti con gli Stati Uniti e le riforme che la trasformarono in un paese democratico.

Queste ragioni sono collegate tra loro: se Taiwan fosse rimasta un regime autoritario e motionless, difficilmente sarebbe riuscita a mantenere il sostegno degli Stati Uniti specie dopo la high quality della Guerra fredda, quando la necessità di usare l’isola come avamposto contro il comunismo period venuta meno.

Oggi, nell’eventualità remota che la Cina decida di invadere Taiwan, il fatto che sia la democrazia più libera dell’Asia potrebbe diventare un elemento di pressione delle opinioni pubbliche occidentali sui governi in favore di un intervento difensivo. Non sarà certamente l’unico fattore, né il primo, ma potrebbe avere una rilevanza. Di fatto, anche se non in maniera compiuta e consapevole, la management di Taiwan ha usato la democratizzazione come strumento di difesa.



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