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Il segreto di Pulcinella sulle armi



L’Italia non rivela i dettagli delle sue forniture belliche in Ucraina. Peccato che fiocchino indiscrezioni su numeri e tipologie. Al contrario, altri Paesi Nato pubblicano precise liste perché i cittadini siano correttamente informati.


Nel video del drone russo si vedono bene i pezzi d’artiglieria degli ucraini al centro di uno spiazzo erboso, tra i boschi sul fronte del Donbass. Subito dopo, una nuvola di fumo e viene ridotta in cenere la batteria fornita dalla Nato alle forze d’invasione. Il filmato è stato pubblicato dal ministero della Difesa russo, sostenendo che si tratta di batterie FH70 fornite dell’Italia a Kiev. Il 26 maggio l’esercito ucraino aveva messo in rete le immagini della nostra artiglieria in azione spiegando che «sta già distruggendo il nemico in prima linea. Il personale addestrato, grazie al sistema di caricamento automatico, può sparare fino a sei colpi al minuto, uno ogni dieci secondi».

Da Roma la Difesa ha smentito che la batteria colpita dai russi fosse italiana. L’FH70 è stato fornito anche da inglesi e tedeschi, che assieme a noi hanno sviluppato il pezzo di artiglieria con proiettili da 155 millimetri fin dagli anni Settanta. «In servizio attivo ne abbiamo ancora 90, ma in tutto sono 160 compresi quelli consegnati agli ucraini» afferma Gianandrea Gaiani, direttore del sito Analisi Difesa. «I Paesi occidentali hanno inviato armi già sostituite o in riserva». In pratica i «fondi di magazzino», a tal punto che soprattutto all’inizio i militari di Kiev si lamentavano «delle armi obsolete e poco utili» arrivate dall’Italia. La lista del materiale bellico inviato in Ucraina con tre decreti che scadono a metà giugno sarebbe comunque top secret, ma si tratta di un segreto di Pulcinella. I filo russi del Donbass hanno pubblicato foto e video di armi «made in Italy» trovate nelle trincee ucraine che vanno dalle granate di mortaio di 120 millimetri, alle munizioni calibro 7,62 per le mitragliatrici Mg42, ai missili controcarro Milan.

Tutto surplus dell’esercito: «I Milan sono vecchi, ma micidiali» sostiene l’ex generale dei paracadutisti Marco Bertolini. «Abbiamo fornito anche armi leggere obsolete che hanno problemi, a cominciare dal munizionamento». Ora però stiamo inviando pure i blindati Lince 1, che vengono sostituiti con mezzi di seconda generazione. Le brigate migliori ne stanno preparando tre-quattro ciascuna cambiando la targa E.I. del nostro esercito con quella ucraina.

Al contrario dell’Italia, diversi alleati della Nato come Inghilterra o Stati Uniti pubblicano la lista delle armi fornite agli ucraini nella piena – e corretta – trasparenza nei confronti del cittadino contribuente. Il 24 maggio il comando dei trasporti strategici americano ha postato in rete una tabella con i dettagli dei 23,5 milioni di chili di materiale bellico inviato a Kiev. L’elenco comprende 23.942 armi anticarro, 174.173 proiettili per i 90 sistemi di artiglieria spediti in Ucraina, 1.468 missili anti-aereo, 9 elicotteri e quasi 60 milioni di munizioni per armi leggere. Oltre a giubbotti antiproiettile, elmetti e 33 radar trasportati con 486 voli, 20 navi, 50 treni e 1.550 camion. «Aerei militari e commerciali continuano a fornire aiuti letali critici per la difesa dell’Ucraina» ha affermato con orgoglio il generale Jacqueline D. Van Ovost, comandante del trasporto strategico (Ustranscom).

Gaiani osserva che «le armi italiane non sono decisive in questo conflitto, ma ci siamo bruciati il ruolo di ponte con la Russia coltivato negli anni dai governi di tutti i colori». L’analista del mondo della Difesa fa inoltre notare che siamo passati «da armi controcarro con un raggio di 2-3 chilometri a pezzi d’artiglieria con una gittata che arriva a 24 chilometri. In alcune zone del fronte di Kharkiv potrebbero colpire il territorio russo. Per questo motivo sarebbe stato doveroso aprire un dibattito parlamentare e nel Paese». Non possiamo abbandonare gli ucraini al loro destino, ma nei sondaggi la maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi soprattutto pesanti.

Il presidente americano Joe Biden aveva deciso di inviare moderni lanciarazzi multipli come gli Himars, gittata di oltre 300 chilometri, che avrebbero potuto colpire la Federazione russa provocando un’escalation. Ma poi ha fatto marcia indietro e virato il sostegno bellico su armi meno «pericolose». Il 31 maggio, con un editoriale sul New York Times Biden ha annunciato che saranno forniti «sistemi missilistici e munizioni più avanzati, che consentiranno di colpire con maggiore precisione obiettivi chiave sul campo di battaglia in Ucraina». Tra questi, lanciarazzi multipli con gittata da 34 a 80 chilometri (come l’M 30/31 che può colpire fino a 70-80 chilometri). Dunque missili fondamentali nel Donbass, ma che non rappresentano una minaccia diretta per il territorio russo. Non a caso, dopo il dietro-front sugli Himars più ostili, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza di Mosca ed ex capo di Stato Dmitrij Medvedev, ha commentato che la decisione Usa «è ragionevole». E aggiunto, nei panni del falco, che «se le nostre città venissero attaccate, le forze armate russe concretizzerebbero le loro minacce e colpirebbero i centri decisionali» che secondo Medvedev stanno «ben lontani da Kiev» ovvero oltre i confini ucraini. Un messaggio che non lascia dubbi.

La corsa ad aiutare la resistenza ucraina intanto non si ferma: la Francia ha annunciato il 30 maggio che «continuerà e rafforzerà» la consegna di armamenti all’Ucraina. Parigi ha già inviato gli obici Caesar. Fra le forniture degli inglesi spiccano i micidiali anticarro portatili Javelin, i polacchi hanno inviato 200 carri armati T-72 e i tedeschi stanno addestrando gli equipaggi di Kiev sul Ghepard, un cingolato con due cannoncini antiaerei da 35 millimetri che funzionano anche contro obiettivi terrestri. Il 27 maggio Andrii Yermak, capo dell’ufficio della presidenza ucraina, ha pubblicato un video con gli obici M-777 diretti in Ucraina, che venivano caricati in Canada.

«Si tratta di una Babele di armi che pone problemi, a cominciare dai calibri diversi, e poi per l’addestramento all’uso» sottolinea Bertolini. «L’Ucraina non può vincere da sola, anche se la riempiamo di armi». Kiev ha ricevuto come tipologia di armamento diverso 2 o 3 tank, 12 mezzi blindati, 8 veicoli leggeri, 5 o 6 artiglierie semovente, 2 lanciarazzi a lunga gittata, 5 o 6 radar per individuare i colpi d’artiglieria, 6 o 7 sistemi anti-tank e altro ancora. La solidarietà si è manifestata anche in rete: in Lituania cittadini e simpatizzanti hanno fatto una colletta per acquistare un esemplare di drone turco d’attacco Bayraktar TB2, che costa 5 milioni di euro.

L’invio di armamenti in Ucraina da parte degli Stati Nato dovrà continuare «fin quando sarà necessario» secondo Mircea Geoana, vicesegretario generale dell’Alleanza atlantica. «L’Ucraina può vincere questa guerra». All’orizzonte, però, come teme lo stesso Pentagono, si profila l’ombra del contrabbando: «Dopo la caduta dell’Urss la mafia ucraina ha smerciato in giro per il mondo armamenti sovietici per 30 miliardi di dollari» rileva Gaiani. «Alcuni degli invii occidentali potrebbero finire sul mercato nero e ci sono indiscrezioni che indicano possibili vendite nel Caucaso o in Medio Oriente».



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