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«Ho sofferto come mio padre. Questi anni non torneranno»



Capo dell’Ufficio immigrazione della questura di Roma, direttore nazionale della Polizia ferroviaria, questore di Rimini. Poi, il passaggio a un incarico più defilato, dopo la sentenza di condanna di primo grado che nel 2020 si era abbattuta sulle sue spalle come un macigno. Una sentenza che, due giorni fa, è stata completamente ribaltata dalla Corte d’appello di Perugia: Maurizio Improta, insieme all’ex capo della Squadra mobile di Roma ed ex questore di Palermo, Renato Cortese, e ad altri quattro poliziotti, è stato assolto dall’accusa di sequestro di persona. Accusa che lo ha tormentato per 9 anni, da quando è esploso il caso diplomatico legato al rimpatrio di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa verso il Kazakhstan nel 2013 con la figlia Alua e poi tornata insieme a lei in Italia.

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La sentenza di primo grado era molto stata pesante, non solo per quanto riguarda l’entità della pena, ma anche per le parole utilizzate. Nelle motivazioni, i giudici avevano parlato di «rapimento di Stato», di «accanimento persecutorio» e di «violazione dei diritti fondamentali della persona umana». Cosa ha provato leggendo questi passaggi?
«Qualche settimana fa, a Perugia, ho reso spontanee dichiarazioni in aula proprio per esprimere la mia amarezza e la mia profonda sofferenza per quelle parole. Nelle motivazioni c’era scritto che era stato tradito il giuramento alla Costituzione, i giudici sostenevano che fosse addirittura venuta meno la fedeltà allo Stato per assecondare un paese straniero. Sono parole che mi hanno ferito, hanno fatto male, si sono abbattute su di me e sugli altri imputati in modo violento. Ma alle parole devono corrispondere dei fatti. E i fatti raccontano una storia diversa. Le sentenze si rispettano, abbiamo rispettato quella primo grado, ora rispettiamo anche quella di secondo grado».

Si aspettava l’assoluzione?
«Siamo funzionari di Polizia, serve una laurea in legge. Un minimo di infarinatura la abbiamo, sappiamo quali possono essere i limiti di un’inchiesta, gli esiti, gli sviluppi processuali. Mia nonna diceva: Male non fare paura non avere. Ma non c’è sempre la certezza di essere compresi e creduti. Eravamo tutti convinti della nostra totale estraneità a qualunque comportamento illegale. Ma a giudicare sono altri uomini. La speranza era quella incontrare persone competenti, giuristi che si attenessero ai fatti. I giudici della Corte d’appello sono stati attenti ai fatti ricostruiti in quei giorni».

All’epoca lei era il capo dell’Ufficio immigrazione della questura di Roma. Che ripercussioni ha avuto questo caso sulla sua carriera in Polizia?
«C’è stato uno stop dopo la sentenza di primo grado nel 2020. Ero capo della Polizia ferroviaria nazionale, avevo fatto quattro anni al vertice della questura di Rimini, per altri otto mesi ero stato dirigente del Compartimento Polizia ferroviaria per l’Emilia-Romagna. Ho dovuto imparare un nuovo lavoro: fino all’altro ieri mi sono occupato di regolamento in materia di dati personali e privacy. Mi sono preso un paio di giorni liberi per tirare il fiato. Bisogna essere consapevoli del fatto che non sempre ci si può mettere a fare un braccio di ferro, in certe situazioni bisogna saper attendere».

Cosa si aspetta ora?
«Farò quello che il capo della Polizia riterrà di farmi fare, nella consapevolezza che anche a livello dipartimentale potranno essere tutti sereni. Non chiedo niente, non ho intenzione di speculare su questa sentenza, o di fare la vittima. Non l’ho fatto in tutti questi anni e non inizierò adesso. So aspettare e avere pazienza, anche se con grande sofferenza».

Potendo tornando indietro, cambierebbe qualcosa?
«Rifarei tutto quello che ho fatto».

Ha ricevuto solidarietà dai colleghi in questi anni?
«I colleghi sono stati tutti solidali, ho lavorato con funzionari più giovani e con altri più anziani. Posso dire che ho avuto modo di tagliare tanti rami secchi nel privato e nelle amicizie».

E queste persone dopo la sentenza di assoluzione sono tornate a farsi sentire?
«Certo. Per tanti vedere televisione e leggere le notizie sui giornali trasforma tutto in una sorta di reality. Ma è vita vera».

Qual è stata la prima cosa che ha detto dopo la lettura del dispositivo?
«Ho pensato ad alta voce: Ora devo andare all’Ufficio oggetti smarriti a recuperare 9 anni che ho perso. Le dico una cosa: non li ho trovati, non torneranno. Nessuno ci restituirà tutto questo tempo. Sono consapevole che nella vita bisogna provare tutte le esperienze e io ne avevo già sperimentata una simile. Indirettamente avevo già provato questa sofferenza. Penso a mio padre, che quando era prefetto di Napoli è stato costretto a dimettersi dopo essere stato accusato di avere falsificato la data di un documento. Se lo immagina? Dopo cinque anni è stato assolto. È morto dopo nemmeno un anno. Mio padre Umberto ha sofferto, avevo già conosciuto quella sofferenza che ti lacera, che ti segna».

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